L’arte mecenate di se stessa nell’Umanesimo e Rinascimento Italiano: quando la politica usa l’arte per farsi più forte

L’arte mecenate di se stessa nell’Umanesimo e Rinascimento Italiano

Quando, all’epoca di Augusto, Gaio Cilnio Mecenate riuniva attorno a sé artisti quali Orazio, Virgilio e Properzio e cominciava a proteggerli nei suoi circoli d’elite culturali, non immaginava minimamente che nel Rinascimento le sue idee sarebbero state riprese a più tratti.

Il mecenatismo, termine per l’appunto derivante dal Mecenate prima citato, fu una delle componenti principali nella fioritura delle arti classiche in epoca rinascimentale.

Artisti, filosofi, letterati, uomini influenti; in altre parole, pensatori, quella gran bella fetta di umanità che ha dato all’Europa e all’Italia in particolare le opere culturali migliori di cui avesse potuto godere. Il Rinascimento si sviluppò anche grazie alle arti.
“Questo periodo può essere considerato l’età dell’emulazione, nel senso che gli Italiani ormai cominciavano a sentire di essere in grado di competere con gli antichi su un piano di parità, mentre gli artisti, gli scrittori e gli studiosi degli altri Paesi a loro volta miravano a misurarsi con quelli Italiani” Peter Burke, Storia Universale, Il Rinascimento.
Le diverse realtà politiche nelle quali l’Italia era allora suddivisa (vedi Regno delle Due Sicilie, la Chiesa con il Patrimonio di San Pietro, il Gran Ducato di Toscana, la Repubblica di Venezia e Milano… ) si servivano dell’arte per provare a prevalere le une sulle altre.
Non è certo un caso se gran parte del nostro patrimonio artistico e culturale fu dato alla luce proprio nel Rinascimento. Mentre stati nazionali quali Germania o Inghilterra miravano ad investire il loro denaro in opere di politica, in Italia, invece, si preferì investire sulla cultura.
Raffaello, Michelangelo, Leonardo da Vinci, Aldo Manuzio: una infinità di piccoli, grandi nomi al servizio delle corti che li assumevano.
La realtà rinascimentale si identificava con la vita di corte.
Le diverse casate aristocratiche puntavano a celebrare la loro grandezza attraverso ciò che avrebbero lasciato ai posteri.
L’edificazione della cupola del Brunelleschi, posta a chiusura della crociera del Duomo di Firenze, andò di pari passo con l’asceso al potere della famiglia dei Medici. Abili banchieri, certamente, come d’altronde tutto il resto della borghesia del tempo. Riuscirono, attraverso una fitta rete di contatti e favori, ad avere il potere legittimo sulla grande Firenze ed i suoi confini. Vollero dunque dare alla loro casata quel nobile attributo che nessun altro era riuscito a dare mai prova d’allora.
Per questo l’Italia è culla di cultura ed arte nel Rinascimento. Fu adoperato questo termine per indicare l’epoca successiva al Medioevo, il buio periodo animato da credenze e superstizioni infondate, durante il quale l’uomo ha gemuto oppresso dal giogo della religione. I primi sentimenti di “rinascita” furono avvertiti in campo culturale già alla fine del XIV secolo con Boccaccio e Petrarca quando questi sentirono la necessità di dover rimettere l’uomo al centro di tutto; sentimenti che riuscirono poi a concretizzarsi nel ‘400 e ‘500 col fiorire delle diverse realtà politiche italiane e l’affermarsi degli Stati Nazionali.

Tra le diverse arti sono soprattutto la pittura e la musica ( e non la scultura, diffusasi, poi, nel Barocco del ‘600 ) a trovare grande sviluppo nel Rinascimento. Si sviluppa e perfeziona un esempio di pittura “nuova”, il ritratto. Celeberrimo è quello dei coniugi Federico da Montefeltro e Battista Sforza signori di Urbino. Si tratta, ovviamente, di un atto propagandistico vero e proprio.
È difficile immaginare che Piero della Francesca avesse voluto ritrarre i due signori per il semplice gusto di farlo. Anche stavolta, la politica si serve dell’arte per rendersi più forte.
Nello stesso dipinto è anche la natura a ricoprire un ruolo fondamentale, per certi aspetti diverso da quello attribuitole sino a qualche tempo addietro.
Durante tutto l’Alto e Basso Medioevo la natura, così come tutte le forme con le quali questa si presentava agli uomini, era vista come rappresentazione “diabolica” di qualcosa di nocivo. Dio era perfetto, inarrivabile, non sbagliava mai nel suo operato; la natura e l’uomo, viceversa, erano soggetti all’azione del tempo e, per questa ragione, imperfetti.

Nei primi ritratti si incomincia a comprendere come, invece, la natura faccia parte della vita dell’uomo e ne condizioni, a volte, addirittura le scelte. La “Primavera” di Botticelli ne è un esempio lampante. A primo impatto sembra capire che sia la natura a prevalere sull’uomo, inserito in questa in forme e sembianze minori. Si tratta della perfetta rappresentazione della visione rinascimentale.
In ultimo, il processo di valorizzazione delle arti non escluse anche la filosofia e la filologia. Già con Aldo Manuzio, bassianese di nascita e veneziano d’adozione, si assiste a ciò che, solo in futuro, diverrà la nascita dell’attuale editoria. L’introduzione, soltanto nel 1455, della stampa a caratteri mobili da parte del tedesco Johannes Gutenberg, rivoluzionò drasticamente il campo della comunicazione.

Vi fu, inoltre, enorme interesse per la ripresa degli aspetti filosofici di Platone e Aristotele. Nacque, in tal modo, l’Accademia Aristotelica, primo vero grande esempio dell’interesse filosofico nell’Umanesimo e Rinascimento.
L’arte è stata dunque mecenate di se stessa.
Se solo i politici e burocrati di allora avessero imitato i loro “colleghi” stranieri, in primis tedeschi ed inglesi, certamente a quest’ora non avremmo avuto il nostro gran bel patrimonio artistico e culturale e, permettetemi di dirlo, ciò sarebbe stato un gran bel problema.

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