Referendum e Costituzione: fine dei valori condivisi
dall’Art. 138 Costituzione Italiana.
“Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.  Le  leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non e` promulgata se non e` approvata dalla maggioranza dei voti validi.  Non  si fa luogo a referendum se la legge e` stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

1466089052_votoDovremmo, forse, viverla come la vigilia di Natale, la rincorsa al Referendum-Day: un tempo da “novena”, di attenta e concentrata meditazione anche se ormai ridotti a solo sette i giorni che mancano all’impatto. Si sta mettendo in gioco la Carta, la Costituzione italiana, proponendo la conferma (referendum confermativo, non richiedente quorum come l’abrogativo) di una legge di fatto già compiuta, ma costituzionalmente ferma allo stato di mero ‘disegno’, ché legge diverrà se il popolo (stavolta indispensabile!) vorrà.

Del merito della riforma, di quanto essa valga a confronto dell’opera dei padri del ’48, dirà – presto – nientemeno che la Storia. Che prevalga il NO o vinca o stravinca il SI, già il detonatore di immaginabili fuochi d’artificio annuncia scenari della politica nazionale neanche, poi, così imperscrutabili. Il Paese dei cittadini comuni, posto a confronto con i gangli terribilmente concreti del quotidiano funzionamento dello Stato, merita certo la più accorta e sorvegliata delle riforme ma che lo sia davvero, questa che ci passa dinanzi, è pur lecito dubitare.
Non per il timore di un generale regresso della cosa pubblica verso scenari di spiccato autoritarismo, non per l’illusorio ‘taglio’ di senatori prontamente sostituiti da consiglieri di ritorno, non per la drammatica stesura del nuovo articolo 70, indegno di una carta fondamentale appartenente a ciascun cittadino e nessuno escluso. Quand’anche sia da condividere l’urgenza e quasi l’ansia di vedere compiuta la generale istanza di rinnovamento e di ‘ripartenza’ del Paese, ciò non vale a scongiurare un rischio che è tutto italiano: dopo trent’anni di lungaggini e colpevoli ritardi, il progetto denuncia e mantiene in sé tutti i difetti delle cose fatte di fretta!

Ci smentiscano i più illuminati, ma urge ricordare a noi stessi che se i valori sono tali, essi sono anche inamovibili e assoluti. Così, non riusciamo proprio a trascurare fino a dimenticare il valore della condivisione, che tanto appartiene alla Carta del ’48. Delle ispirazioni contrapposte e drammaticamente a confronto tra le forze politiche della società italiana uscita dalla guerra, abbiamo fino ad oggi ereditato il frutto, sotto la forma in sé equilibrata di una Carta che (bella o non bella lo decida Benigni) ha saputo raccogliere e riassumere ogni istanza, tradurre ogni estrazione, mediare ogni barriera ideologica in una sintesi già di per sé provvida e salutare per la vita del Paese, pur nella sua complessità.

Quello che perde, in un sol colpo, il disegno Boschi è proprio e innanzitutto il valore della condivisione, del tutto assente dalla genesi dell’iter parlamentare fino all’odierno dibattito e a pochi giorni dal voto. Che metà del Paese sia contrario alla più illuminata e progressista e sacrosanta delle riforme è un dato acquisito su cui dovremmo – sospesa ogni considerazione sul merito – concordare per la forza inoppugnabile dei numeri. La vittoria del SI determinerebbe, questo è certo, uno stravolgimento della Carta con un’operazione  anche testuale e lessicale su cui metà dallo stesso Paese rischia di non riconoscersi. Possibile che l’abolizione del Cnel, mentre tolleriamo il permanere irrisolto delle province, meriti cotanto sacrificio? Lascia perplessi lo spettacolo (è il caso di dirlo) di primi attori che si abbassano a comparsa, come il Barbareschi ‘innovatore’ (che vede talmente il futuro da proclamare convinto “voterei Craxi tutta la vita”) o scienziati “opinionisti” alla Crepet, che s’incaricano di rassicurare dall’alto di competenze-quali e memoria lunga (“..non è affatto vero che si priverà del voto il cittadino..io non sarei così catastrofico”). Magari hanno ragione loro: per introdurre i ‘nuovi’ senatori già si promette una legge (col disegno Vannino Chiti) su come nominare i nominati. Sarà come eleggerli, solo che sarà tutto automatico e pure neo-costituzionalmente garantito! Ci siamo distratti: dev’essere questa la democrazia rappresentativa.

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