Gambia, l’operazione Restore Democracy e l’impatto sui flussi migratori: la democrazia che vince e non fa rumore
AmiStaDeS, la presidente Irene Piccolo: "In politica estera, l'Italia smetta di fare tappezzeria"L’EUROPA DEI DIRITTI” è la rubrica che si pone come vera e propria guida per i lettori di LED, pensata e curata dall’Associazione Amistades come aggiornamento costante sui temi giuridici che più incidono  a livello europeo. Si parlerà delle questioni più dibattute nell’ambito dell’Unione, gli argomenti all’attenzione del Consiglio d’Europa e sempre  con l’attenzione vòlta  alla tutela dei diritti.
Le pronunce rese dalle Corti europee (Corte di Giustizia dell’Unione Europea e Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), gli atti adottati dalle istituzioni e, ancora, tanti quesiti di attualità e rilevanza per la vita dei Paesi membri e anche quando questi interessano altre organizzazioni internazionali operanti nel nostro continente come l’OCSE e l’OSCE.
Parole semplici e nessun tecnicismo per descrivere con immediatezza l’impatto che le decisioni prese a livello  istituzionale hanno nella vita sociale e personale delle comunità nazionali  e per quanti, cittadini e non, vivono e conoscono la realtà dell’Unione Europea.

di Claudia Candelmo *

Una piccola lingua di terra circondata in quasi tutti i suoi confini dal Senegal (eccetto per un turistico sbocco sull’Oceano Atlantico) non fa molta notizia sui media internazionali.
Eppure, il Gambia, un minuscolo Stato africano che non spicca sulla cartina, se non lo si cerca attentamente, avrebbe molto da raccontare, specialmente nella sua storia più recente. Una storia di diritti repressi e, in parte, faticosamente riconquistati, in un processo che non può non affascinare e riempire di speranza anche l’osservatore meno attento. Una storia che trova posto in questa rubrica poiché, sia nel 2016, sia nel 2017, il Gambia è comparso costantemente tra i primi dieci paesi di provenienza dei richiedenti asilo in Italia. Uno Stato piccolo in termini di estensione territoriale, ma significativo per i flussi migratori verso il nostro Paese.

Ultimo Paese tra le colonie britanniche a ottenere l’indipendenza, il Gambia è divenuto il più piccolo Stato africano indipendente dopo quasi trecento anni di governo coloniale, nel 1965, in un processo sostanzialmente pacifico, che è stato peraltro supportato dalla monarchia britannica, almeno nelle ultime fasi, anche attraverso un cospicuo sostegno economico negli anni della transizione. La vita politica del Gambia, dall’indipendenza a oggi, è stata solo limitatamente complessa, ma non per questo meno difficile.

Nel 1970, divenne presidente del Gambia il leader indipendentista Kairaba Jawara, che aveva lavorato attivamente per ottenere l’indipendenza del Paese dal Regno Unito e che rimase presidente della Repubblica fino al 1994, anno in cui Yahya Jammeh, con un colpo di Stato, instaurò un governo autoritario e drammaticamente repressivo delle opposizioni, di carattere militare per circa due anni e mezzo, poi “legittimato” dal consenso popolare con le contestate elezioni del 1996[1].

Dal 1994 al 2017, Jammeh ha governato pressoché incontrastato, vincendo le elezioni successive e stabilizzando progressivamente il suo potere, in un mandato che è durato ininterrottamente per 23 anni. Il suo governo si è caratterizzato per essere uno dei più repressivi degli oppositori politici, talvolta scomparsi o uccisi nelle celle della temibile National Intelligence Agency gambiana[2], ma anche minacciati e intimiditi più volte direttamente dal dittatore, che ha utilizzato senza soluzione di continuità lo strumento della paura e della repressione per rimanere legato al potere. Alla feroce repressione degli oppositori, si è unita la progressiva limitazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali dei cittadini gambiani, che hanno iniziato a subire drammatiche ingerenze nella loro vita privata, talvolta anche a causa di personali convinzioni di Jammeh che poco o nulla avevano di politico. Per fare un esempio, sebbene ciò non sia molto noto, il Gambia ha istituito una legge che rende l’omosessualità un crimine, modificandola nel 2014 per introdurre addirittura una serie di reati di “omosessualità aggravata”, che impongono pene che vanno da pochi mesi di reclusione fino all’ergastolo. La criminalizzazione di queste condotte, naturalmente, rendeva molti cittadini gambiani a rischio di arresto arbitrario e, addirittura, di morte, nei casi più gravi. Tortura sistematica nelle prigioni e limitazione o repressione della libertà di stampa completavano il quadro di un Paese povero e in condizioni politiche certamente difficili.

Il clima di repressione e irragionevole limitazione dei diritti umani ha innescato il vento del cambiamento, che tuttavia si è fatto attendere diversi anni. Non perché l’opposizione fosse assente o non avesse sufficiente coraggio, ma perché la repressione rendeva qualunque tentativo di alternanza politica quantomeno difficile, se non impossibile, e perché gli strumenti per la pacifica transizione verso un regime democratico erano ridotti e ostacolati dalle campagne di Jammeh per screditare gli oppositori politici: accusa principale, quella di voler destabilizzare il Gambia.

La situazione è divenuta insostenibile e preoccupante tra la fine del 2016 e i primi mesi del 2017. Finalmente, dopo anni di governo autoritario, Adama Barrow, uomo del ceto medio a imprenditore nel settore immobiliare, non proveniente dalla carriera militare, vince le elezioni presidenziali del 1° dicembre 2016, in uno scontro diretto contro Jammeh, che si era naturalmente ricandidato per il suo ennesimo mandato presidenziale. Mentre in un primo momento si erano diffuse le notizie circa la sorprendente rassegnazione di Jammeh, quando è venuto a conoscenza dell’esito delle elezioni, l’entusiasmo è durato poco perché il presidente uscente ha poi annunciato che sarebbe rimasto al suo posto, contestando la validità delle elezioni. E così ha fatto, fino a quando non è intervenuta l’ECOWAS (Economic Community of West African States), che ha minacciato un intervento militare dopo il rifiuto del presidente Jammeh di accettare l’esito delle elezioni e di rinunciare alla propria carica in favore del suo successore.

Nata nel 1975, l’ECOWAS è un’organizzazione internazionale, composta da 15 Stati membri, che si pone lo scopo principale di migliorare e promuovere l’integrazione economica tra gli Stati che la compongono, in modo analogo alla nostra Unione europea. Tuttavia, tra i principi che regolano l’azione dell’organizzazione, troviamo anche il mantenimento della pace nel contesto regionale, specialmente attraverso la promozione e il rafforzamento dei rapporti pacifici tra gli Stati membri. Da non dimenticare, anche la promozione e la protezione dei diritti fondamentali dei popoli e degli individui, in ossequio alla Carta africana dei diritti dei popoli[3].

Nell’ambito della necessità di mantenere la pace nel contesto regionale, e anche alla luce dell’obbligato trasferimento di Adama Barrow in Senegal, subito dopo le elezioni, l’ECOWAS decide di stanziare delle truppe di terra, nonché assetti navali e aerei, provenienti da alcuni Stati membri (tra cui Ghana, Nigeria e Senegal), nel quadro dell’operazione Restore Democracy, allo scopo di assicurare che Jammeh cedesse pacificamente la presidenza al proprio successore. E, in effetti, la missione è riuscita nel suo scopo: messo alle strette, Jammeh è stato costretto a riconoscere come nuovo presidente Barrow e, cosa ben più importante, a lasciare il proprio posto. Elemento da non dimenticare è che, a fronte di questa “concessione”, prima di lasciare il Paese e rifugiarsi in Guinea Equatoriale, Jammeh ha praticamente saccheggiato le già povere casse dello Stato, portando con sé un importo ancora non precisato, ma che potrebbe superare i 50 milioni di dollari.

La presidenza Barrow è così iniziata nelle difficoltà e non è proseguita meglio, trovandosi a fronteggiare questioni come la corruzione e la sicurezza interna. Ma al di là delle priorità politiche del nuovo presidente, non è scontato ricordare che, questa volta, ha funzionato un meccanismo regionale che, anche con il supporto delle Nazioni Unite, ha coadiuvato e forse consentito una transizione pacifica e democratica, in un momento in cui non era affatto detto che l’epilogo della presidenza Jammeh fosse tale. Ulteriore supporto è giunto dall’Unione europea che, non solo a fronte del grave dissesto finanziario del Gambia, ma soprattutto per incentivare la ricostruzione infrastrutturale, economica e del mercato lavorativo del Paese, ha stanziato un pacchetto di aiuti monetari che, attraverso il Servizio Europeo di Azione Esterna (SEAE) e nell’ambito del Fondo Fiduciario di Emergenza per l’Africa, si pone lo scopo di supportare la crescita del piccolo Stato. Un aiuto certamente significativo, dato che si articola in almeno due tranches, di cui la prima di 75 milioni di euro[4], annunciata a febbraio 2017, cui farà seguito un secondo stanziamento di 150 milioni per azioni che si svilupperanno nel medio e lungo periodo.

Tale iniziativa, che ha portato l’Unione europea a essere il principale donatore del Gambia, si spiega, oltre che per fini eminentemente umanitari e di cooperazione solidale, anche nel quadro della riduzione del flusso migratorio proveniente dal territorio gambiano. Difatti, seppur con un piglio totalmente diverso, che dopo anni di chiusura porta il Gambia di nuovo nei rapporti internazionali, la presidenza Barrow si trova ad affrontare una situazione politica ed economica disastrata e, tra le priorità che il presidente si è posto, vi è proprio la strategia di “rientro” rivolta ai cittadini gambiani che avevano lasciato il Paese negli anni precedenti.

Infatti, tra le conseguenze della complessa situazione del Paese, emergevano gli ingenti flussi migratori in uscita, di cui sono testimonianza anche i significativi numeri relativi agli arrivi di cittadini gambiani sulle sole coste italiane, registrati nella misura di circa seicento persone sbarcate mensilmente, con picchi di circa mille arrivi al mese, fino ai primi mesi del 2017, salvo calare in modo evidente nel primo trimestre del 2018, tanto da non comparire neppure tra le prime nazionalità dichiarate al momento dello sbarco fino all’ultimo aggiornamento mensile del  Ministero dell’Interno, datato 30 aprile 2018[5].

Mentre non è da escludere che ci sia un rapporto tra le elezioni di Barrow e le partenze dal Paese, tale ipotesi non può essere confermata attualmente, e su di essa influiscono almeno due fattori. Il primo, la conferma della “democraticità” del presidente Barrow, che sarà messo alla prova dei fatti nei prossimi mesi, per risolvere i diversi problemi che affliggono il Gambia (dalla corruzione alla povertà). Il secondo, la conferma o meno del calo dei numeri potrà avvenire soltanto nel lungo periodo, con l’analisi del trend dei flussi migratori nei prossimi mesi o, addirittura. Due fattori strettamente interconnessi, sui quali non è possibile fare previsioni certe, sebbene l’azione di Barrow appaia promettente, nonostante le difficoltà. Tra le priorità del presidente figurano la lotta alla corruzione, la crescita economica attraendo investitori stranieri e una maggiore attenzione alla sicurezza del Gambia. Non da ultima, viene menzionata anche l’attenzione al rientro potenziale di chi ha lasciato il Paese negli anni precedenti, creando posti di lavoro che consentano ai cittadini gambiani all’estero di poter progettare un rientro e di investire (o forse scommettere) sull’economia e sul futuro del loro Paese.

Naturalmente, partner di questa strategia non può che essere proprio l’Unione europea, che, come abbiamo visto, attraverso la cooperazione con le istituzioni nazionali lavora sulla gestione dei flussi migratori provenienti dal Gambia, attraverso un’azione concertata che non si limita a mitigare i problemi più urgenti e va oltre la mera assistenza di tipo umanitario, per provare a ottenere risultati solidi anche nel medio e lungo periodo.

* PhD. in Diritto Comparato e Internazionale
Socio fondatore e Segretario generale di AMIStaDes

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[1] Sulla transizione politica del 1996, Abdoulaye S. M. Saine, The 1996/1997 Presidential and National Assembly Elections in The Gambia, Electoral Studies, 1997, pp. 554-559.
[2] Sul punto, si veda il capitolo “Gambia” del World Report 2017 di Human Rights Watch.
[3] Per una più specifica rassegna dei principi che regolano l’attività dell’ECOWAS, si veda http://www.ecowas.int/about-ecowas/fundamental-principles/
[4] Importo suddiviso in più progetti che si pongono priorità differenti, tra cui accesso alle infrastrutture per i gruppi più vulnerabili, miglioramento della sicurezza alimentare, lotta alla malnutrizione e crescita delle opportunità di lavoro per i più giovani.
[5] Per visualizzare i dati relativi agli sbarchi giornalieri e mensili sulle coste italiane, è possibile visitare: http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/it/documentazione/statistica/cruscotto-statistico-giornaliero
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