L’ATTESA

UNA DISAMINA IMPIETOSA DELLA SCONSIDERATA FRETTA VERSO LA CIVILTA’ GLOBALE. E QUEL SENSO DI CRISI  DEI POST ’90  NEL TIMORE CHE L’ASCESA SIA GIA’ TERMINATA.

di Gianmarco Castaldi

C’è stato un inizio, ci sarà, forse o sicuramente, una fine. Nel mezzo è scoppiata la bomba sociale. In principio il nemico era il Covid. La pandemia, nella prima ondata di contagi,  non avrà di certo unificato gli italiani ma forse rappresentava l’antagonista comune da battere. Oggi, in questa seconda valanga di tensione, ognuno sembra avere il suo nemico, ogni nucleo di vita associata, in base alle proprie caratteristiche politiche, sociali ed economiche, lotta contro il proprio  avversario: la fame, la disoccupazione, la malattia, le malattie, il virus, i debiti, l’ignoranza e quant’altro. In questo spietato Risiko si attende, in uno stato ansiogeno, la fine del contagio, l’arrivo del vaccino e un’auspicabile ripresa che possa garantire un brillante futuro a qualche giovane, magari a tutti.

Forse non è poi tanto vero, salvo che in alcuni casi, che in situazioni di estrema paura l’uomo reagisca con una spinta solidale; i canti dai balconi sono evaporati, l’inno d’Italia urlato a più voci verrà riproposto ai prossimi mondiali di calcio, se ce ne saranno, e “l’andrà tutto bene” vaneggia solo in qualche ricordo estivo di chi è riuscito a partire nel trimestre “tranquillo”. Oggi vige prevalentemente la disperazione. Non tanto per l’oggi quanto per il domani. C’è speranza, buoni propositi, ma anche tanta disperazione. E si vede.

Per quelli della mia generazione, mediamente, sembra che l’ascesa sociale sia già terminata. Siamo nati all’inizio degli anni Novanta e forse una delle parole che abbiamo sentito più frequentemente è “crisi”. Nati in crisi si potrebbe dire. Se si analizza l’ultimo decennio del Secolo Breve, per dirla con lo storico Tony Judt, citato da Marcello Sorgi nel suo libro scritto a quattro mani con Mario Pendinelli Quando c’erano i comunisti, emerge come la società globale «con troppa sicurezza e poca riflessione ci siamo lasciati alle spalle il ventesimo secolo, lanciandoci a testa bassa in quello successivo […]» e continua Sorgi: «Il principio che tutto poteva essere semplificato facilmente, e cambiato, senza chiederci dove ci avrebbe portato, ha spalancato le porte» – e cita di nuovo Judt – «all’incompetenza politica su entrambi i lati dell’Atlantico».

La deleteria fretta verso la globalizzazione.

Questa fretta in uscita da un secolo militare e terribile, precursore del consumismo sfrenato e dell’idea di globalizzazione, teorizzata da Judt, l’abbiamo avvertita troppo tardi; con la liquidazione tout court di un sistema socio-economico differente, che si era espresso anche nei modi e nei toni estremi della sovietizzazione di una parte dell’Oriente geografico e politico, l’onda d’urto dell’Occidente, cavalcata dal neoliberismo militante del nuovo millennio, avrebbe dovuto limitare le differenze socio-economiche, rendere tutti più ricchi e aumentare progressivamente la crescita dei paesi. È evidente, oggi, l’incremento di possibilità, lavorative e non – (mi viene in mente l’accesso, esteso a una più ampia fascia sociale, all’università –), offerte a una fetta di popolo se paragoniamo l’oggi alla condizione socio-economica, ma soprattutto politica, di settant’anni fa. Ma è pur vero che soddisfare le consuetudini di una qualità della vita mediamente diffusa sta diventando sempre più complesso.

 

E allora mi piace ritornare a noi nati nella prima metà degli anni ’90 per tentare di interpretare questo ulteriore stato di crisi e di violenza, apertosi con l’arrivo della seconda ondata di contagi.

Guardando indietro, allo specchietto, vediamo la politica militante, fatta di partiti, di ideologie, di battaglie sindacali, di operai di sinistra e di imprenditori di destra. All’opposto, in avanti, ci sono partiti non partiti, operai di destra, imprenditori di estrema destra, politici che sono a destra e a sinistra a secondo delle tematiche, imprenditori e banchieri di centro-sinistra, però liberali. Il caos. Non artistico, proficuo, ricercato, ma disordine sterile, inconcludente, inopportuno.

E allora, progressivamente, ci siamo forse abituati alla non lotta di classe, alla politica familistica, ai politici blogger e alla partigianeria giornalistica; siamo coinvolti a pieno titolo nel limbo dove tutto è a metà. Né nativi digitali né obsoleti, abbiamo conosciuto poco del 56 K e stiamo vivendo un progresso tecnologico avanzato che ci inonda.

Forse è proprio vero ciò che dice Judt: la fretta con la quale siamo giunti a facili conclusioni sulla supremazia occidentale ha generato il mondo diviso di adesso, unito solo dallo stato pandemico super partes aggiungerei. Dopo questa rivoluzione delle abitudini, seppur imposta, contaminata dal negazionismo più bieco e scellerato, una politica che riparta dalla base del problema è quanto più necessaria per garantire un inizio concreto verso un futuro omogeneo, dal punto di vista economico, ma pluralista dalla prospettiva culturale.

Da Pasolini alla politica competente.

Ma per tentare di avvicinare questo orizzonte così ampio, l’intervento materiale e pragmatico è d’obbligo. Non solo l’oramai a-politica, come amava definirla Pasolini, può rovesciare le sorti nazionali e mondiali ma spetta in primis al popolo, sovrano delle democrazie, contribuire concretamente a questa causa. La violenza dei non violenti, mi verrebbe da chiamarla, potrebbe esprimersi boicottando, ad esempio, la stampa che incita all’odio, oppure rinunciando a una promozione non meritata, rifiutando una raccomandazione di successo. O, ancora, redimendosi da tutti quei comportamenti furbeschi che vivono allo stato embrionale e che, se esacerbati, potrebbero generare atteggiamenti mafiosi inconsci e quotidiani; iniziare a pretendere una politica che non sia solo amministrativa, ma anche ideologica, acculturata, schierata, in cui sia possibile identificarsi. Una politica competente che non faccia tappare il naso alle urne e che sia in grado di promuovere il miglior candidato e non il male minore, che è pur sempre male. Potrebbe essere questa una delle strade da percorrere per ripartire da quello start frettoloso che è stato l’avvento del nuovo millennio. Un sentiero di abnegazione personale e individuale per fronteggiare e ribaltare la dannosità di alcune strutture mediatiche, politiche, sociali ed economiche sempre più invadenti e presenti nel magma mondiale.

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