Le udienze di Sara.
di Sara Fusi Serangeli *
Amavo andare in udienza.
Sarà perché ho cominciato tardi a farle davvero.
Per tutta la pratica e fino a dopo l’abilitazione andavo sempre con istruzioni così precise da essere una sorta di replicante di uno degli avvocati anziani di studio. Al Tribunale di Roma quando vedevano me o uno dei miei Colleghi di studio ci chiedevano “lei è uno dei Grimaldi?”. Non avevamo nemmeno un cognome nostro, eravamo solo degli ambasciatori del Grande Maestro. C’è da dire che quando il Maestro è davvero Grande, com’era il nostro, non ti pesa essere scambiata per uno dei suoi tentacoli.
Poi un giorno in udienza (penale) Paolo mi disse “prendi tempo che devo andare a recuperare una cosa in macchina” così mi trovai in piedi a improvvisare, senza sapere nemmeno il nome del cliente o il capo di imputazione.
E successe una cosa strana: lo trovai immensamente divertente.
A quel punto Paolo mi costrinse a cominciare a fare le udienze per davvero e mi resi conto che mi piaceva:
mi piaceva studiare il fascicolo il giorno prima, mi piaceva spiegare al cliente cosa sarebbe successo, mi piaceva arrivare in Tribunale e scambiare quell’occhiata di intesa con i Colleghi sconosciuti in corridoio, mi piaceva parlare senza stress del processo con la Controparte, amavo scambiare racconti di udienze bizzarre con gli altri Colleghi mentre si aspettava.
E poi l’udienza vera e propria: un giudice che ti saluta quando entri, prende il fascicolo e ti dice “ah questo è il processo X” e allora si comincia a discutere, il Collega parla e tu ascolti mentre già pensi a come replicare, poi parli tu e lo vedi prendere appunti e ti domandi “chissà dove si andrà ad appigliare”, e il giudice che ti chiede se pensi che quella nuova sentenza sia applicabile, e il provvedimento, e l’uscita dall’aula ragionando con i presenti della nuova Giurisprudenza.
I saluti ai Colleghi con cui chiacchieravi prima, la scappata a prendere il caffé con la Controparte perché – non importa il livello di antagonismo dentro l’aula – fuori eravamo tutti nella stessa barca, tutti Colleghi.
Amavo davvero andare in udienza.
Ora lo odio.
Ogni volta che vedo un’udienza in agenda sento la bocca incresparsi e la ruga in mezzo alla fronte farsi più profonda.
Il cliente il giorno prima lo eviti, magari si è dimenticato, perché dargli una speranza se domani, al 99%, l’udienza nemmeno si terrà o sarà un mero rinvio?
Corri in Tribunale, preghi qualunque divinità di non avere imprevisti, perché nessuno ti aspetterà, quando arrivi di corsa non ti guarda nessuno, sei solo uno che potrebbe essere chiamato prima degli altri e allungare la loro attesa.
Il Collega se ti saluta, lo fa ricordandoti perché il tuo cliente sia un farabutto e tu sia uno scemo a difenderlo, ti pressi davanti alla porta per evitare che qualcuno ti passi davanti, entri davanti a un giudice che non sa nulla di te, della tua controparte, del fascicolo. Non vuole sentire nulla, non ha tempo, vuole solo che lasci l’aula il prima possibile, e se provi a dire qualcosa la tua controparte ti parla sopra, lasciandoti due orride alternative: lasciarti sopraffare o cominciare la guerra dei volumi.
Esci scontento per una udienza inutile e la tua controparte è già lanciata in corridoio: saluti le sue spalle e nemmeno ti risponde.
E così cammini in fretta anche tu, vuoi uscire di li, archiviare mentalmente la brutta esperienza e, soprattutto, cercare di non pensare a quanto ti piacesse una volta.
Non pensare a quanto hai imparato dai giudici che hai incontrato, anche e soprattutto quando ti hanno dato torto, ma con rispetto, con civiltà.
Non pensare a quante Controparti sono diventate delle belle amicizie e/o collaborazioni che ti hanno reso migliore il lavoro, o salvato dai guai in qualche occasione.
Non pensare a tutto quanto questo che non c’è più e che sai che non tornerà, perché se ci pensi finisci ad alimentare quella minuscola illogica e irrazionale parte di te che ancora ci crede, e ancora sorride quando arriva davanti l’aula, sperando che prima o poi sia di nuovo bello andare in udienza.
*
L’acuta e ironica autrice di questi pensieri, a descrivere il quotidiano degli avvocati e la loroLe udienze di Sara 2 estenuante, spesso frenetica e sempre delicatissima giornata di udienza, è avvocato cassazionista presso il foro di Latina,   esperta  in materie civilistiche e di  diritto amministrativ0.
Da sempre  sensibile e attiva anche sul piano della comunicazione al servizio dei colleghi, ha avuto il grande merito di aprire dal 2016  la pagina  Facebook  “Avvocati e Praticanti del Foro di Latina”, gruppo social ben presto rivelatosi prezioso punto di collegamento per i professionisti del distretto pontino,  cui si offre uno spazio costante per scambio di informazioni con aggiornamenti in tempo reale.
Il successo dell’iniziativa conferma tutta l’importanza della circolazione delle idee e la possibilità di scambio informativo all’interno dell’avvocatura. Ne era ormai sprovvisto da anni  proprio il distretto di   Latina che pure ha potuto vantare per circa un trentennio, con il Notiziario del Foro Pontino fondato dall’avv.Mario Rapanà,  una delle più longeve e prestigiose pubblicazioni di settore nel panorama italiano. Ci sarà mai spazio – ancora nel capoluogo pontino come in tantissimi altri fori del nostro Paese  – per una rinnovata via di autentica comunicazione e democratico confronto? Led magazine è nato anche con questa convinzione che diventa un vero auspicio perché l’Informazione specialistica incontri e si confronti con le pulsioni e le sfaccettature della Società del nostro tempo.
Sarebbe il primo segno di ‘risveglio’ etico e culturale – in barba all’ingannevole innovazione del Processo Telematico –  dal grigiore e perdurante provincialismo  degli avvocati   del terzo millennio.

aerre

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